Partire dolce partire...
Martedì 26 Febbraio 2002. All’alba il pavimento di pietra del grande piazzale davanti alla Beijing Zhan permetteva ancora al sole di farlo brillare, nella luce bianca dell’inverno. A parte le macchine che passavano nelle vie circostanti, a quell’ora la gente ed i rumori non avevano ancora invaso quello spazio, così cinese per le sue dimensioni ed il suo stile, poco lontano dalla mastodontica Tiananmen. La stazione lanciava un’ombra sottile, con l’immobilità tipica dei palazzoni del regime, la cui pesantezza viene assorbita dalle smisurate dimensioni.
Una volta scesi dal taxi, Gefei camminava poco dietro di me, col mio zaino in spalla, mentre due nostri amici alleggerivano il momento con frasi pronunciate senza importanza, come fanno i Cinesi per camuffare le emozioni. Ho visto Paolo che mi veniva incontro solo, dal centro della piazza. Quando ci siamo trovati l’uno di fronte all’altro, i nostri sguardi nervosi non lasciavano dubbi sull’incombente malinconia che minacciava l’entusiasmo della partenza. Col biglietto in mano abbiamo superato i controlli all’entrata della stazione, dubitando come sempre dell’effettivo funzionamento dei raggi “X” delle ferrovie cinesi. La sala d’attesa era quella di lusso, con grandi divani beige, tavolini scuri e piccole palme a dividere gli spazi. Al fondo il bar stonava con l’esterno per il suo ordine e la sua pulizia così falsi, così d’immagine. La luce entrava da grandi finestre incorniciate da tende bianche.
Non avevamo voglia di comprare nulla lì, macinavamo i nostri ultimi istanti pechinesi senza sapere esattamente cosa fare. Finchè non hanno annunciato la partenza del treno. Allora siamo usciti sulla lunga terrazza del primo binario e ci siamo messi a cercare il nostro vagone, incerti se fosse già arrivato il momento fatidico o se avessimo ancora un po’ di tempo. Era strano trovarsi davanti ad un treno e pensare che ti avrebbe portato tanto lontano, per così tanto tempo. Ho abbracciato Ge senza ascoltare il tempo che passava, nascondendo il mio bacio sotto la sua sciarpa, mentre il controllore vigilava con aria perplessa ma ancora sicura di star portando a termine il suo dovere. Paolo mi aspettava già sul treno, dopo aver salutato tutti, poi il treno ha iniziato a muoversi sotto i nostri piedi ed il filo dei nostri sguardi, agganciati a quel marciapiede si è srotolato lungo i binari, attraverso la città che si svegliava, il traffico ed il grigiore, e gli squilli dei clacson e degli altoparlanti.
Non ho fatto nessuna foto. Il paesaggio era nuovo ai miei occhi, perlomeno quella parte, ma la macchina non aveva voglia di uscire dalla sua custodia, nemmeno quando siamo passati sotto la Grande Muraglia, attraverso una galleria in mezzo alle montagne a sud del Gobi. Poi il controllore è passato a dirci di chiudere tutte le porte, perché di lì a poco la sabbia e la polvere del deserto avrebbero cominciato ad entrare. E così poco a poco le ore si sono allungate sui binari dietro a noi fino alla sera, quando hanno annunciato che si doveva scendere dal treno perché dovevano cambiare le ruote.Al confine fra Cina e Mongolia la distanza fra i binari cambia, perciò ogni volta il treno deve fermarsi all’interno di un hangar dove ogni vagone viene alzato e le sue ruote vengono sostituite da quelle sovietiche. Ed è lì che finalmente è scattata la mia prima foto di questo viaggio, che ha smosso il torpore attonito di quella giornata.


