"Per un essere cosciente, vivere significa maturarsi, maturarsi significa creare indefinitamente se stessi". Autore di cui non ricordo il nome. Questo blog è dedicato a quel pensiero che spinge sempre verso il prossimo scorcio di strada, verso l'incombente partenza.

19 marzo 2006

Altro che il casino dei treni italiani...

La cosa sorprendente della prima cittadina in cui ci siamo permessi di scendere dal treno durante la sosta era come gli edifici sorgessero dalla sabbia e dalla polvere, senza un po’ d’asfalto ad inserire quei palazzoni da periferia cinese in un reticolo di strade. Sembrava che tutto fosse arrivato lì per caso e non ci fosse stato tempo di dare un contesto urbano a quelle poche case atterrate nel mezzo delle steppe deserte.Ma una cosa ancora più sorprendente è stata la discrezione del treno nel riprendere la sua corsa: non un fischio, un trillo, lo stridere delle ruote… solo la voce lontana di Paolo che mi ha sorpreso mentre io facevo foto ai dintorni, ormai lontano dai binari: “Carlo! Stiamo partendo!!!”. Mi sono girato un po’ stupito ed ho visto quella sfilza infinita di vagoni che si muoveva placida e silenziosa verso la sua nuova meta, che ovviamente era dalla parte opposta a quella dove mi trovavo io. Non ho avuto nemmeno il tempo di immaginarmi al freddo di una notte siberiana, senza cappotto, soldi e documenti, aspettando speranzoso il ritorno di Paolo il salvatore, e mi son messo a correre…


la stazione


clic....


clic.....


clic...


pant pant...

Passaggio del confine

Quando al mattino ci siamo svegliati, il paesaggio oltre ai finestrini era quello delle steppe mongole innevate dall’inverno. Il treno si snodava lunghissimo fra le ampie curve che i binari tracciavano in mezzo ad una collina e l’altra e Paolo, il genio delle lingue, comunicava con una coppia di mercanti mongoli attraverso l’uso di un mini dizionario. Così siamo venuti a sapere il perché delle voluminose casse che ingombravano il nostro scompartimento: erano mercanzia che i due compravano in Cina e rivendevano poi in Mongolia. Ma la cosa che stupiva restava il come potessero portare tutta quella roba in due: cosa che quando siamo arrivati ad Ulan Bator si è spiegata con l’arrivo di amici e carri che in un attimo hanno sgombrato tutto e lasciato lo scompartimento per noi.


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primo villaggio mongolo


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villaggio


effettivamente, il passaggio dei tempietti plasticosi cinesi alle casette di legno mongole � stato un po' brusco...


dall'ultimo vagone del treno


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L'ultima cenetta cinese

Visto che eravamo voluti rimanere a bordo, quando abbiamo sentito arrivare la fame della sera, riguardo a cui la lentezza delle operazioni ferroviarie non ci faceva ben sperare, ci siamo incamminati lungo la distesa di binari verso la stazione, illuminata nella notte. Abbiamo mangiato in uno sporco e brutto ristorante il nostro ultimo, delizioso pasto cinese, mentre al telegiornale passavano le notizie di una Pechino che ci sembrava già così distante. Quello che più mi stupiva era la stridente differenza fra il mondo della capitale, presentato sul canale cinese ufficiale, e la realtà del paesino di confine in cui ci trovavamo, tanto estraneo a quegli ampi viali alberati e quel traffico instancabile. Ricordo un vecchio e scoppiettante trattore a tre ruote che attraversava la strada davanti a noi, mentre tornavamo verso il treno con un pasto di riserva come un tesoro nella saccoccia, ed un aria polverosa e fredda, con un forte odore di carbone.Qualche istante più tardi passavamo la frontiera ventiquattrore prima che scadesse il nostro visto cinese e delle guardie con colbacco, che di cinese avevano ormai ben poco, esaminavano severe i nostri passaporti.


le prime steppe mongoloe


drago fra le colline